Le pensioni delle donne

novembre 27, 2008

Secondo una decisione della Corte di Giustizia Europea, il “gentil sesso” è troppo forte sul fronte della pensione. La corte di Lussemburgo ha multato l’Italia per un’aperta violazione del diritto comunitario, per la violazione dell’art. 141 del Trattato UE sulla “parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”, favorendo le donne rispetto agli uomini, sulle diverse soglie di pensionamento previste -per la vecchiaia- a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne.  La Corte ha respinto il ragionamento secondo cui la fissazione di una soglia diversa secondo il sesso è motivata dall’eliminazione di discriminazioni verso le donne: queste dovrebbero ricevere un trattamento di favore per essere anche madri.

Più che altro si dovrebbe guardare alle “dimissioni in bianco”, ancora non regolamentate e utilizzate in caso di maternità, l’assenza di asili nido aziendali e le discriminazioni salariali. La pensione in Italia viene calcolata – osserva la Corte – sulla base degli anni di servizio prestati e in base all’ultimo stipendio, costringendo le donne ad andare in pensione 5 anni prima degli uomini: questo diventa una condanna a percepire una pensione inferiore. Non è con la diversa pensione che si compensa il lavoro di cura: una donna investe il suo tempo per prendersi cura degli altri e poi ha anche una pensione inferiore. Questa norma in Italia resiste solo per la carenza di servizi, di assistenza finanziaria e legale, e perché di solito un marito, essendo più vecchio, va proporzionalmente in pensione prima della moglie.

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