Le pensioni al tempo della crisi

gennaio 31, 2009

Il ministro Sacconi ha detto, durante un’audizione della Commissione Lavoro e Affari sociali, che, nella grave situazione congiunturale attuale, con la crisi economica a pieno regime, non c’è posto per interventi strutturali anche al sistema previdenziale. 
Saranno così possibili solo l’innalzamento dell’età pensionabile riferito alle lavoratrici statali e l’adozione di nuovi coefficienti che porteranno a una riduzione media degli importi per le future pensioni fino a un 8%. E le lavoratrici del settore privato che sono anche la maggioranza nella realtà lavorativa, cosa dovranno fare? E la promessa di portare tutte le pensioni ad almeno 600 euro come detto in campagna elettorale?

Non è tempo per queste misure, la crisi non lo permette. Eventualmente potrebbe inserirsi sul tavolo di discussione fra le parti, sindacati compresi,  che si consideri l’opzione di blocco delle finestre di uscita delle pensioni, nel caso in cui servissero ulteriori risorse anticrisi. Ma a riformarsi dovrebbe essere prima il Ministero del Lavoro, ripensando ai vari ammortizzatori e alle possibilità d’inserimento nel mercato del lavoro dei giovani. Inoltre, è da ripensare anche la previdenza e in particolare quella dei lavori così detti usuranti.  Tremonti dal canto suo fa sapere che le banche italiane sono sicure, proprio perché “non parlano inglese”: gli istituti sono solidi,e quindi non si deve ricorrere a drastiche misure per riformare il welfare, il lavoro e la previdenza. Ipse dixit.  Auspica però al formazione di “euro-bond”, ovvero obbligazioni europee e un de-tax per finanziare interventi per l’Africa, che andrà a toccare già gli scontrini emessi nei negozi, perché le risorse verranno prese dall’IVA che si paga acquistando un prodotto.  Una probabile soluzione per tirarsi fuori dalla crisi potrebbe essere la via legale. Non facendo causa agli istituti bancari americani, ma bensì con più normative e leggi che vadano a regolamentare il settore. Beh, altre leggi da aggiungere alle oltre 21mila del sistema legislativo italiano (e pensare che in Francia ne hanno appena 6000).  Frattanto, le pensioni sono ferme al chiodo, prive di risistemazioni. E ferme sono anche le pensioni di reversibilità sottoposte a un drastico taglio anche per i privilegiati beneficiari di pensioni Inpdap. In fondo, anche loro sono lavoratori che hanno versato i contributi, defluiti nelle casse statali e da lì mai riemersi.

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