Il sistema pensionistico in Italia

marzo 3, 2009

Un annoso problema in Italia è la riforma del sistema pensionistico. Per pensione comunemente detta si intende una sorta di “stipendio” che un lavoratore riceve alla fine del suo contratto di lavoro, dopo aver versato, negli anni di lavoro, i contributi necessari.

In Italia, tale forma previdenziale è principalmente a carico dello stato che, negli anni, sottrae dalla busta paga una quota destinata agli enti assistenziali e previdenziali come l’INPS: si tratta della pensione di anzianità lavorativa. Negli ultimi anni stanno crescendo anche le quote versate dai lavoratori ad enti para statali o ad assicurazioni private, data la difficoltà di tirare avanti con una pensione di scarsa entità e con poco potere d’acquisto: si tratta della previde complementare.

Esistono anche altre tipi di forme previdenziali sempre versate dall’INPS, come per esempio la pensione sociale, destinata a persone senza redditi, o oltre ai 65 anni d’età che non sono riusciti a versare contributi nemmeno entro la soglia minima di previdenza prevista, la pensione di invalidità o la pensione di reversibilità destinata a un coniuge quando sopraggiunge la morte dell’altro e\o ai figli. L’INPS ha il compito di versare le pensioni dei lavoratori privati; per i dipendenti pubblici è l’INPDAP  a versare i sussidi pensionistici, che possono essere dirette, indirette, ovvero destinate al coniuge di un dipendente deceduto durante il lavoro, o di reversibilità nella stessa accezione delle precedenti.
Attualmente, i contributi da versare possono essere obbligatori, cioè versati dal datore di lavoro, figurativa per esempio durante il servizio militare o il congedo per maternità, di riscatto come i recenti contributi ottenibili durante gli anni di studio. È soprattutto la pensione sociale a creare forti problemi, poiché sono sempre di più le persone -numero destinato ad aumentare in futuro, dato che i giovani oggi non trovano facilmente un lavoro che gli consenta di versare contributi- rientranti nella fascia di “nuovi poveri”, che hanno diritto ad accedere alla pensione sociale, tanto che è al vaglio del governo una riformulazione delle fasce di contribuzione.
Chi non riesce ad accedere alla pensione di anzianità, se ne ha l’opportunità può pagare ratealmente i contributi mancanti al raggiungimento della soglia necessaria. Probabilmente, non ha senso pagare una cifra anche ingente per poi ricevere in cambio una pensione minima e irrisoria, quindi è un’eventualità da valutare con attenzione. Alla pensione di anzianità lavorativa possono accedere i lavoratori che hanno maturato 35 anni di contributi e hanno almeno 57 anni, oppure 39anni di contributi indipendentemente dalla loro età. Diversa è la pensione di vecchiaia, richiedibile da uomini con più di 65 anni o donne con più di 60 anni con 5 anni di contributi. Questo è un tema che di recente ha sollevato polemiche, in quanto la vita della donna è più lunga di quella dell’uomo e sono mutate anche le esigenze che volevano la donna angelo del focolare: se una donna si sente ancora attiva, le si dovrebbe consentire di continuare l’attività lavorativa esattamente come per un uomo.
La pensione di anzianità invece possono richiederla tutti coloro che hanno 35 anni di contributi e almeno 60 anni di età, fino al 31 dicembre di questo anno. Dal prossimo anno, serviranno gli stessi anni di contributi ma un anno in più di età, 2 se si tratta di liberi professionisti, oppure tutti coloro che hanno versato contributi per 40 anni.

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